Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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Alcune foto con i poveri che ricevono 1000 meticais/mese. Sono 290 e tutti volevano salutarmi dopo il mio ritorno a casa dall'ospedale
Aldo


22 Aprile 2021
Una grande notizia


Lettera agli Amici dalla convalescenza – Aprile 2021

Cari Amici,
riprendo a scrivervi, dopo molto silenzio; da quando mi sono ammalato di covid-19, il 25 gennaio, ho interrotto tutte le comunicazioni. Ho avuto notizia del continuo interessamento per la mia salute da parte di un numero stragrande di persone che cercavano informazioni sul decorso della malattia, telefonando o scrivendo ai miei familiari e confratelli. Per questo vostro interessamento desidero ringraziarvi con tutto il cuore!

Ora, che sto molto meglio e sono in trattamento domiciliare nella mia comunità dei confratelli dehoniani della Sagrada Família a Quelimane, ho pensato doveroso prendere la penna in mano e far conoscere l’andamento della mia infezione da corona virus.
Nel viaggio di ritorno da Gurúè, alla fine dei dieci giorni dell’assemblea e ritiro spirituale, il 15 gennaio, faceva molto caldo e lasciammo i finestrini aperti per più di un’ora, con l’aria diretta in faccia e sul petto.
Il giorno dopo mi alzai con febbre e tosse. Pensai ad una influenza, ma, per sicurezza, andai all’ospedale per una visita medica accurata. Feci il test per il covid con tampone nasale. Il risultato fu negativo e ciò mi confermò nell’interpretare come un’influenza la tosse secca e la febbre alta. Convinto che fosse un’infezione virale di tipo influenzale, continuai a prendere paracetamolo varie volte al giorno. Feci poi anche una lastra al torace e analisi di sangue e biochimica.C’era un infiltrato nella base polmonare destra, che indicava una broncopolmonite.
A questo punto era meglio ripetere il tampone naso faringeo. Fu possibile farlo subito, il 25 gennaio, ed il risultato rivelò la presenza del corona virus nelle vie aeree superiori. I colleghi medici concordarono che era necessario l’internamento in ospedale. Andai a casa per prendere il necessario e l’ambulanza mi venne a prelevare dopo mezz’ora, in regime di isolamento.
All’ingresso in ospedale la saturazione d’ossigeno era del 90% e subito fui collegato ad un erogatore di ossigeno. La saturazione salì, rapidamente, sopra 95% e i medici che mi osservavano ne dedussero che avevo buone probabilità di farcela perché i polmoni avevano risposto rapidamente all’ossigeno concentrato. Mi misero in terapia con ossigeno a permanenza attraverso la sonda nasale e mi sistemarono in una stanza di trattamento intensivo. Lì collocarono, accanto al letto, una seconda fonte di ossigeno: una bombola che inviava ossigeno a una speciale maschera, che, in caso di necessità, indossavo sopra le cannule nasali così da ottenere un flusso di ossigeno ancora più alto.
Il primo giorno rimasi alcune ore seduto in una poltrona accanto al letto, ma a partire dal giorno dopo capii che dovevo restare in riposo assoluto nel letto. Cominciai ad usare l’ossigeno con la maschera collegata alla bombola, permanentemente. Il respiro si era fatto faticoso e ad ogni respiro dovevo fare uno sforzo per riuscire a infilare giù l’aria. Il centro di tutto era vincere la dispnea, intesa come ostacolo da superare ad ogni atto respiratorio. La mente era vuota. L’unica cosa che contava era il respirare. Non riuscivo a pensare.
Venne a sedersi accanto al letto il direttore provinciale, per salutarmi e sapere come stavo. Molti colleghi avevano saputo della mia malattia e gli avevano chiesto informazioni. Chiese ad un infermiere di fare una foto col suo cellulare da spedire al governatore. Poi mi disse: ”Il padre che entrò dopo di lei…noi siamo medici e può capire… Devo informarla che doveva essere internato in questa camera, nel letto accanto al suo… Ma non ha resistito… Dobbiamo dirlo ora i suoi confratelli.”
Poi mi prese la mano e me la strinse…
Padre Toller! Rimasi incapace di pensare. E perfino di pregare. La morte ci aveva già separato, ma continuava a restare presente. Sentivo però che non era per la morte il mio probabile destino. Stavo male, sì, ma restavo nel versante dei vivi. L’unica presenza era il silenzio.

I medici venivano spesso a vedermi e a incoraggiarmi. Mi auscultavano attentamente, a lungo, col fonendoscopio. “ Ci sono crepitazioni e rantoli, ma adesso la parte alta dei polmoni si sta liberando”. Poi: “Rispetto a ieri è migliorato. Coraggio: la battaglia è in corso, ma il decorso è favorevole. Ancora tre o quattro giorni e poi respirerà bene. La sua saturazione di ossigeno con la maschera si mantiene sopra il 95%. Sta reagendo bene. Ormai abbiamo fatto esperienza di molti malati. L’attacco del virus dura abitualmente otto o dieci giorni, poi resta vinto dall’organismo e alla fine scompare. Ogni giorno va meglio. Coraggio, manca poco ancora.”

All’inizio della seconda settimana di degenza cominciai a notare che quando venivano a darmi da mangiare, imboccandomi da sdraiato, rimanevo senza maschera d’ossigeno un quarto d’ora abbondante, con la sola sonda nasale dell’erogatore di ossigeno. Ebbene, in quei minuti la dispnea quasi spariva. Ne parlai coi medici, che controllarono quanto era la saturazione d’ossigeno. Continuava attorno al95%, usando5 litri per minuto.
“Molto bene, dottor Marchesini, può togliere la maschera della bombola e rimanere solo con la sonda nasale, se così si sente meglio. Diamo incarico a un’infermiera di controllare costantemente che la saturazione si mantenga stabile.”
Smisi di usare la maschera e rimasi solo con la sonda. Fu l’inizio della fine della dispnea. Cominciai diminuire progressivamente la quantità di ossigeno, per arrivare alla fina a respirare solo l’aria atmosferica.
Furono necessarie quasi due settimane, poi i medici mi dettero la lettera di dimissione, lasciandomi l’erogatore d’ossigeno per una precauzione e assegnandomi un infermiere che mi assistesse in casa per lo meno per accompagnarmi alla toilette e mi aiutasse a fare il bagno seduto su uno sgabello, usando l’acqua della doccia e quella di un secchio contemporaneamente. Facevo molta fatica a restare in piedi ed il suo aiuto fu necessario per i primi giorni, per riprendere la mia indipendenza fisica.

Ora è già passato un mese da che sono tornato a casa e faccio tutto da solo. Di salute generale, mi sento bene, ma appena faccio uno sforzo, mi accorgo di essere molto limitato.
In occasione della vigilia di Pasqua, fra il 3 e 4 di aprile, concelebrai nella messa, seguendo tutta la liturgia, abbastanza prolungata, nonostante pregassimo nella nostra cappella privata, dato che in Mozambico tutte le celebrazioni pubbliche del culto sono state soppresse, a causa del covid-19.
Il semplice stare fermo in piedi e pronunciare le parole ad alta voce mi prostrò, al punto che, appena finita la celebrazione, andai direttamente a letto, senza neppure passare per il refettorio a mangiare una fetta di dolce cogli altri.

Ora sono passati 15 giorni e con l’aiuto di un fisioterapista che viene a casa, sto facendo grandi progressi.
Ormai celebro la messa come presidente, quando è il mio turno, senza stancarmi più di tanto. Oggi, poi, ho fatto una camminata nel giardino della casa, misurando i passi con l’ App “contapassi” del telefono. Ho fatto cinque volte il giro attorno alla casa con 1.250 passi per una distanza di circa 850 metri. Mi sono sentito incoraggiato!
Chiudo con questa notizia di buon auspicio, sperando di accelerare sempre più la ripresa e tornare alla vita normale. Devo ringraziare con tutto il cuore l’aiuto di Dio e il sostegno della preghiera e della simpatia di tantissime persone, fra le quali siete tutti voi. Grazie, e che Dio vi ricompensi!

Quelimane, Aprile 2021


20-1-2021
Due nuovi racconti di Aldo
Quelimane quotidiana (3)

Santo Stefano in ospedale


Mi chiedono in comunità se anche domani, festa di Santo Stefano, andrò in ospedale.
"Certo – rispondo – abbiamo alcune malate operate di recente che devono essere osservate tutti i giorni. E poi ci sono sempre persone che vengono a chiedere di essere visitate per «favore speciale»".
Anche se Santo Stefano è fra Natale e domenica, in comunità celebriamo le lodi e la messa al mattino presto
Mi alzo con la speranza che all'uscita dal cancello non ci sia la solita ressa delle persone che vengono a presentare richieste di ogni tipo. Oggi devo mettere il diesel nel serbatoio e vorrei avere il campo libero. Non incontro ressa, ma una coppia di genitori insiste perché li lasci salire in macchina colla loro ultima figlia di un anno e mezzo. Il motivo è che piange molto per il mal di pancia e la frequente diarrea.
Arrivo al distributore di benzina e l'unica pompa libera da lavori in corso è occupata da un signore che sta riempiendo e firmando documenti.
Mentre aspetto che il cliente davanti finisca, i due coniugi mi vogliono convincere che la figlioletta sta male e che deve fare l'ecografia per scoprire la malattia che l'affligge. Penso che è meglio accontentarli subito, per poter cominciare al più presto ad osservare i pazienti internati. L'ecografia è vicino all'entrata dell'ospedale e, quando apro la porta, scopro con un certo piacere, che l'apparecchio di aria condizionata era rimasto acceso tutta la notte. Passare dal caldo torrido esterno al fresco dei 18 gradi della sala di ecografia dà un senso di benessere che oltre che al corpo, fa bene anche allo spirito!
Quando la piccola capisce che deve stendersi sul letto e vede la sonda dell'ecografo, comincia a gridare e ad agitarsi con urla di paura. Impossibile ottenere collaborazione. Allora la mamma si stende lei sul lettino e adagia la figlia sul suo addome in posizione supina, identica a quella sua. Questo messaggio è inteso dalla figlia che si calma sufficientemente. Continuano le grida altissime ma cessano quasi del tutto il tirare calci e il divincolarsi. Anche il papà collabora per tenerla ferma. Mi colpisce la pazienza con cui i genitori trovano la soluzione per permettere di fare la ecografia. L'esame corre abbastanza facilmente e riesco a controllare gli organi essenziali: fegato, vie biliari, vena porta, ilo epatico, aorta, vena cava, reni , milza, vescica e accertare l'assenza di patologia come tumori o ascite. I genitori assistono estatici e l'ecografia si conclude con l'assicurazione che la figlia ha tutti gli organi addominali in perfetto stato e quindi le loro paure sono scoperte infondate. Ancora una volta mi rendo conto del grande potere psicosomatico di questo esame, che poi completo, come è mio costume, con una relazione scritta dei risultati dell'ecografia. Mestre scrivo leggo ad alta voce le parole della relazione, che poi firmo; alla fine mi alzo per cercare il timbro nella tasca dei calzoni e timbro sotto i loro occhi il documento. Sembra poco, ma un timbro ben dato offre una garanzia che toglie ogni dubbio o discussione.
Arrivo con mezz'ora di ritardo al reparto di chirurgia e subito vado ad osservare le pazienti recentemente operate, insieme ai miei colleghi.
Subito dopo, l'inserviente che sostituisce il portiere mi presenta sua cugina che sanguina per il retto ed è preoccupatissima. La faccio aspettare alcuni minuti, finché si liberi la sala di osservazione. Mentre aspettiamo, arriva una coppia che porta una bimba di due mesi con un ascesso delle parti molli del collo. La osservo e noto che l'ascesso presenta una buona fluttuazione ed è pronto per essere drenato. Informo il papà che lo possiamo aprire nel reparto.

Visito la signora del sanguinamento rettale, ma non presenta nessun segnale di allarme; il retto è libero, senza tumori, ragadi o fistole perianali. Il dito che ha esplorato il retto esce col guanto pulito, senza sangue.
Tranquillizzo la paziente spiegando che per il momento non presenta allarme. Se l'emorragia si ripetesse, vedremo quali indagini si potranno fare a Quelimane.
Entra la piccola dell'ascesso e mentre prepariamo il necessario, il papà mi dice che ci siamo già conosciuti quando lui aveva 19 anni e l'operai di appendicite. Lo ringrazio per avermi ricordato il fatto: è sempre bello ricordare il motivo che ci fece conoscere.
Un po' di anestesia locale e un colpo di bisturi e subito l'ascesso si svuota, con soddisfazione di tutti! Un'altra signora vuole entrare per essere visitata, perché le duole il muscolo pettorale sinistro quando alza il braccio o solleva un peso. La osservo e le faccio compiere movimenti opportuni. Mi sembra una semplice mialgia. Le dico che abbiamo a disposizione solo ibuprofene e paracetamolo. "ibuprofene l'ho già usato ma non mi ha guarito".
"Se vuole, le potrei prescrivere diclofenac, ma deve comprarlo nella farmacia privata."
"Non ho i soldi necessari".
"Mi scusi, quando ha preso ibuprofene?"
"Tre o quattro mesi fa."
"Non c'è altra scelta che riprovare. Le aggiungo anche paracetamolo insieme."
Si convince a mala pena, ma accetta la ricetta.
Subito dopo entra un'altra signora con micosi interdigitale nei piedi. Le dico che il farmaco che si usa è clotrimazolo crema. L'informo che non so se ce n'è in farmacia dell'ospedale.
"Mi aspetti qui che vado a sentire in farmacia." Torno con la notizia che è finita. Le dico che lo può comprare nella farmacia privata, ma che costa molto più dei cinque meticais delle ricette della farmacia dell'ospedale. Alla fine accetta: è meglio avere in mano la ricetta, perché i soldi potranno apparire. Questa fila che non finisce mai comincia a stancarmi, ma cerco di usare la pazienza fino alla fine. Ne arrivano altre tre e poi mi cambio in fretta, perché vorrei arrivare a casa per mangiare con i confratelli, cosa che durante la settimana non avviene mai.
Vado alla macchina con la solita fila delle donne sedute alla sua ombra, per chiedere sempre qualcosa.
Per fortuna riesco a limitare a brevi parole il discorso e monto in macchina, facendo cenno di non salire per evitare che mi riempiano le orecchie di lamentele e di richieste durante il tragitto verso casa.
Inaspettatamente non insistono e mi lasciano chiudere la porta, senza che loro aprano le altre tre.
Mi incammino verso casa, soddisfatto, per essere riuscito ad accontentare tutte le persone in tempo per arrivare per il pranzo. Giro l'angolo e un vigile mi fa fermare per mostrare la patente ed il libretto. Esco dalla macchina. "La patente ce l'ho nella tasca dei pantaloni e gliela mostro subito, ma devo aprire l'altra porta per il libretto. Esamina la patente. Tutto a posto. Mi raggiunge dall'altro lato e mi dice "Non occorre che mi mostri il libretto. Ho visto il suo nome e le dico che anch'io mi chiamo come lei: Marquezinho. Fu lei a darmi il nome, perché il parto di mia mamma era complicato e lei la operò e nascemmo due gemelli: io e mia sorella. Mia mamma volle che io mi chiamassi come lei, Marquezinho, per riconoscenza per il felice esito del parto. Sono passati più di vent'anni ed oggi sono contento, per aver finalmente incontrato la persona che mi ha dato il nome che porto!"

Quelimane, 26/12/2020



Quelimane quotidiana (2)

Arriva Natale


Mi trovo a Nampula a operare pazienti con fistole vescico vaginali post parto. Molti casi sono difficili: spesso occorrono alcune ore per una sola. Lascio sempre il telefono in silenzio senza vibrazioni: non mi va di avere distrazioni, da gente che mi chiama, mentre sono concentrato nei micro particolari di una fistola difficile. Ho la lampada frontale accesa, che mi illumina il ristretto campo operatorio. Ci vedo che è una meraviglia, ma il campo visivo è ristretto a soli dieci centimetri e spesso anche meno. Operare una fistola difficile ha un effetto singolare su di me: i dieci centimetri del campo visivo restringono l'attenzione a quella dimensione e riducono anche la coscienza, intesa come consapevolezza del mio io, a quella stessa dimensione. Non mi sento ristretto o diminuito, mi sento che in quel piccolo spazio c'è il mio io tutto intero!
Alla fine delle operazioni apro la memoria delle chiamate non attese e i messaggi inviati. Ce n'è uno insistente che viene dalla "vedova di Jovito". Jovito era un ragazzo che avevamo aiutato per parecchi anni, sempre perseguitato da varie sventure, finché un pomeriggio tornò a casa di corsa dall'ombrellone dove vendeva ricariche del telefono.
"Sto male!- disse alla moglie- prendo un taxi di bicicletta per l'ospedale". Un'ora dopo il ricovero morì di malaria. La moglie stava ancora allattando il secondo figlio. Dopo il funerale la vedova ricevette piccoli aiuti per riuscire ad andare avanti. Il contenuto dei molti sms dice: "Per Natale voglio battezzare l'ultimo figlio. Chiedo aiuto per comprare stoffa bianca per il vestito del battesimo."
A causa del covid-19 i battesimi dei figli più piccoli saranno anticipati quest'anno alla domenica 20 dicembre. Come faccio ad aiutarla qui da Nampula? Mando copia dell'sms a padre Sandro che gestisce gli aiuti ai poveri. Mi risponde dicendo di informarla di andare da lui all'inizio della settimana per ritirare un aiuto.
Appena torno a Quelimane un'altra famiglia viene a chiedere soccorso per comprare panno bianco. Non c'è nessuna raccomandazione nelle parrocchie per portare i bambini vestiti di bianco. Ho un bel da dire ai genitori che per il battesimo non ci vuole nessun vestito speciale, ma nessuno riesce a capirlo, neppure i più poveri.
Il lunedì riprendo il lavoro in ospedale a Quelimane. Ho in programma una grande operazione. Cerco di non lasciarmi fermare da nessuno nel breve percorso dal reparto di chirurgia alla sala operatoria. Ma appena volto l'angolo vedo una vecchia conoscenza, in piedi davanti alla porta d'ingresso. È un uomo del circondario di Quelimane, in lista di attesa per una bicicletta, per poter fare il tassista di bici. Mi dice di essere stato invitato per andare alla celebrazione del battesimo di un suo nipote.
"Vede padre, ho solo questi vestiti che indosso e sono rammendati e vecchi. Potrebbe vedere se mi trova un paio di calzoni e una camicia? Non posso andare vestito così ad un battesimo."
"Lei è molto magro. Ho ricevuto abiti da una signora a cui morì il marito. Bisogna che vada a vedere se ci sono calzoni non troppo larghi. Per la camicia non c'è problema. Ne ricevetti una in regalo, tempo fa, ma per me era troppo stretta. È ancora nuova e le andrà bene."
"Posso venire con lei a casa sua quando esce dall'ospedale?"
"Non è possibile, bisogna che cerchi e prepari e mi occorre tempo. Faccio un sacchetto e lo porto domani con me nella borsa.

Dopo l'operazione torno in reparto e mi viene incontro il tecnico di amministrazione Mulaleia con il foglio degli stipendi per tre inservienti che la congregazione paga da molti anni, perché non avevano certi requisiti necessari per poter rimanere nel Servizio nazionale di salute ed avrebbero dovuto essere licenziati. Il foglio in questo mese è uscito in anticipo perché devono ricevere i soldi per tempo, prima della settimana che precede il Natale.
Il Natale è molto sentito, anche da chi non è cristiano. Negli altri anni c'era il "Natale dei malati", "il Natale dei carcerati", "il Natale degli scolari", e così via. Quest'anno, con le restrizioni per il Covid-19, tutte le aggregazioni e le celebrazioni sono sospese. La celebrazione del battesimo nella parrocchia della Sagrada Família, tuttavia è permessa, perché avviene all'aperto, con maschera per tutti, misurazione della temperatura a tutti, prima di accedere alla grande tettoia della messa. Le mani sono igienizzate con alcool ed i posti nei banchi sono segnalati con un metro e mezzo d'intervallo. Ogni partecipante deve lasciare il suo nome, indirizzo e numero di telefono, per poter essere rintracciato e testato col tampone nasale, nel caso che uno de partecipanti diventi positivo nei giorni seguenti.
Nessuna luminaria per le strade, nessun addobbo nei negozi , nessun segno di festa sociale visibile, quest'anno. Però, per lo meno i battesimi dei bimbi nati nell'ultimo anno, questo sì, lo si può e lo si vuole celebrare! E celebrare con tutta la solennità che il vero Natale di Gesù esige!


Quelimane, 19 dicembre 2020



17-11-2020
Nuovo racconto di Padre Aldo

Quelimane quotidiana . 1

Torno a casa dall’ospedale abbastanza presto, verso le tre del pomeriggio. È un po' tardi se si vuole, ma in compenso ho pranzato nella mensa del blocco operatorio. Oggi c'era una "minestra di legumi", che è un nome generico, usato anche quando non ci sono legumi. Lo si dà a tutte le minestre in cui non ci sono fagioli, ma un fondo di varie verdure più o meno amalgamate e triturate. È una minestra pastosa, non brodosa, che, di fatto, non è un gran che, specie quando non è ben calda. Tuttavia gode di un gran prestigio tra i lavoratori del blocco operatorio. Io, più di un terzo non riesco a mangiarne, e offro i due terzi sempre come un dono molto gradito a chi è al punto giusto per poterla mangiare. La pietanza, invece, era proprio buona, riso bianco più una tigella di fagioli caldi e saporiti, impreziositi da foglie di cavolo ed altre verdure con un "molho" a base di fagioli borlotti, cotti al punto giusto con un po di cipolla e aglio.

In casa mi sta aspettando il tecnico Antonio, per accompagnarmi a visitare una paziente in condizioni preoccupanti, "con la pancia molto grossa e le gambe gonfie". Mi chiedo cosa potrà essere e, immaginando una causa di insufficienza cardiaca, prendo con me lo stetoscopio e l'apparecchio automatico della pressione.
"La paziente vive dentro la città, abbastanza vicino alla Sagrada, nel quartiere Brandão. Arriviamo in dieci minuti, dottore." Dice il tecnico Antonio.
Il quartiere Brandão inizia con una strada di mercato, con andirivieni in tutte le direzioni e macchine che tentano di procedere con estrema prudenza in mezzo a quella confusione. Dopo tre o quattrocento metri cominciano tre vie sterrate che si infilano tra palme da cocco e capanne. Il fondo è di terra con avvallamenti continui, a volte nella direzione del cammino, a volte in senso trasversale. L'abitazione a cui siamo diretti ha un'entrata accogliente, con una piccola spianata e poi si devia verso la parte più privata dell'abitazione, con verande più lunghe e chiuse fino all'altezza de fianchi.
Girato l'angolo ci attende una specie di sorpresa architettonica: una stanza di circa tre metri di lato e tre di altezza: un elegante cubo dalle pareti completamente costituite da stuoie nuove, di un giallo brillante, che danno l'impressione di un salotto destinato alle visite, eretta, o meglio, appoggiata su uno spiazzo tra le capanne. La nostra malata vi passa la maggior parte del giorno, perché è un luogo fresco e luminoso.

La signora sta seduta con le gambe distese su stuoie, appoggiata con la schiena contro la parete del salotto. Il marito ci mostra alcuni fogli, ricevuti nei quattro giorni passati nellospedale centrale di Quelimane, dopo i quali lhanno rimandata a casa, perché stazionaria. Tra i fogli trovo la relazione dell'ecografia che descrive la presenza di una grande ascite e di alcune masse nel contesto del fegato, dal significato di tumore maligno. L'addome è molto voluminoso e le gambe sono gonfie. Riferisce che le hanno fatto una paracentesi ed hanno tolto tre litri di liquido, ed ora respira meglio. Ormai la diagnosi è fatta, come pure una prima terapia palliativa. Mi pare che non sia il caso di farla distendere per esaminare l'addome. Restiamo a parlare ed io spiego con parole semplici la dolorosa verità, ma senza drammatizzare. Le chiedo come va con i dolori. Ci sono, ma ancora sopportabili e non continui.
Può andare ancora avanti con l'aiuto del paracetamolo.
Non posso fare gran che, per la malata ed i familiari. Tuttavia sono ora informati della reale condizione della malattia e ne sono grati. Quante volte ho constatato che lo spiegare la verità della malattia è forse l'aiuto più desiderato, perché libera dall'angoscia che l'incomprensibile porta sempre con sé per lo spirito umano.

Salutiamo la malata, il marito ed i familiari e ritorniamo a casa, riattraversando la confusione del mercato del Brandão. Arrivati a casa, alla Sagrada Família, saluto il tecnico Antonio e gli dico che l'indomani suo suocero sarà dimesso dallospedale, dove l'ho operato per due fistole perianali. Come sarà possibile fare per portarlo a casa? Combiniamo che verrà in bicicletta, ad aspettarmi in casa per quando tornerò dallospedale. Poi andremo a prenderlo con la mia macchina per portarlo fino alla casa del tecnico Antonio. Il suocero vive a Marrongane, di là da un piccolo fiume che bisogna attraversare in barca. È necessario perciò che si fermi alcuni giorni in casa sua. È un po imbarazzato.
"Ormai ho finito il mio salario, perché ogni mese devo restituire mille meticais per pagare il prestito avuto per ricomprare la bicicletta che mi hanno rubata, del valore di seimila meticais. In casa c'è rimasta solo la farina. Devo comprare pesce e fagioli, ed ora avrò ospite anche il mio suocero. Chiedo al dottore un aiuto, per favore. Per lo meno 500 meticais. Sono molto alle strette. Se potesse prepararli per domani le sarei molto grato!" ( n.b. attualmente 1 euro= 79,9 meticais quindi 500 meticais = circa 6 euro )


Quelimane 10/11/2020

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