Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
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10-9-2020
Messaggio del dr.Luigi Franchini

Buonasera dagli Orfanotrofi, Asili, Scuole ed Ospedali del Mozambico, ove in questi tempi dolorosi e miserevoli di Pandemia mai si è fermata l' Opera di assistenza missionaria.
Grazie alla Vostra Generosità , al 5x1000, alle donazioni di sostenitori di M. S. A. e delle Opere di Padre Aldo, e specialmente agli amici americani Nancy e Matt Allen, è¨ stato possibile continuare ad aiutare tante famiglie in povertà  assoluta, tanti studenti attraverso le borse di studio universitarie e gli Orfani di Aldeia da Paz Quelimane, Arco Iris Gurue Femminile e Invinha Maschile e Lioma.
Tante Altre situazioni di necessità  vengono assistite, anche al di fuori del Mozambico.....
e quindi Vi preghiamo di continuare nel sostenere M S.A. e Vi ringraziamo per la Vostra Empatia.

Luigi Franchini
30-8-2020
Messaggio di Padre Aldo ritornato in Mozambico

Di nuovo in Mozambico

Lettera agli Amici

Miei Cari Amici,
vi mando i saluti di nuovo dal Mozambico! C’è un punto esclamativo e desidero spiegarvene il perché.
Ero tornato in Italia per una corsa di 59 giorni per operare la cataratta all’occhio sinistro (vedevo 2/10).
Prevedevo 29 giorni di ferie più 30 di attestato per controlli, medicazione e occhiali nuovi.
Senonché, dopo meno di una settimana dall’operazione, fatta il 3 di marzo, è iniziato il contenimento sociale per la pandemia, con tutte le limitazioni che abbiamo vissuto insieme. Un effetto secondario imprevedibile è stato che il prolungamento delle restrizioni è durato così tanto da rendere possibile il ricominciare delle operazioni elettive, cataratta compresa. Il 4 giugno ho potuto essere operato anche all’occhio destro, dopo tre mesi dalla prima operazione.
Le restrizioni sono poi continuate ancora a lungo, permettendo le attenzioni postoperatorie con tutta calma.
Il ritiro forzato, senza incontri e distrazioni, mi ha permesso di portare a termine la preparazione di un libretto con figure schematiche, disegnate da me e spiegate con didascalie, relativo alla classificazione delle fistole vescico vaginali e completo di indicazioni su particolari di tecniche chirurgiche. Il testo ha due edizioni: una per essere proiettata col computer in conferenza ed una cartacea per lo studio e la consultazione a tavolino.
È stato un lavoro che mi ha impegnato per molti giorni, e che mi ha fatto conoscere un tipo di lavoro col computer, unendo figure e testi, cosa che non avevo mai fatto. Ciò mi ha rallegrato, perché ho scoperto che anche in tarda età si può imparare qualcosa di giovanile in informatica.

Terminato il quinto mese di clausura è cominciata la ricerca, non dico affannosa, ma di incerta conclusione, per trovare il modo di ritornare in Mozambico. Io ero venuto in Italia con le linee Etiopiche, passando da Addis Abeba e loro avevano promesso che il biglietto sarebbe rimasto valido fino alla ripresa dei voli.
All’inizio di agosto, però, fecero sapere che fino al 31 non avrebbero riaperto la linea verso il Mozambico.
La prima compagnia che rese nota la riapertura dei voli per Maputo fu la TAP del Portogallo. Tentai l’iniziativa, attraverso l’amico Luigi Franchini, di inviare una e-mail, prenotando un posto sul primo volo Lisbona-Maputo. Con giubilo, ricevetti risposta che ero stato accettato e che potevo comprare il biglietto Malpensa-Lisbona per il 12 e Lisbona –Maputo per il 13 agosto. Rimaneva l’ultimo ostacolo: avrei dovuto portare con me un certificato di tampone nasale negativo fatto nelle ultime 72 ore. Riuscii a trovare un ambulatorio privato che dava la risposta in 24 ore. Ci stavo dentro giusto giusto!
Il volo partiva da Lisbona alle 9,50 e sarebbe arrivato a Maputo alle 21,00. Tutti i sedili erano occupati ed io avevo l’ultimo posto dell’areo, nella fila 43 col sedile contro la parete di fondo, 343º passeggero. Viaggiare di giorno non è molto piacevole, ma io mi trovai bene perché il sedile era confortevole e a me basta inclinare la testa contro il petto, per addormentarmi in un batter di ciglia. Dormii durante almeno sei, delle dieci ore di durata effettiva del volo, tenendo conto del fuso orario differente.

Il cerimoniale del covid-19, con distanziamento, ci fece impiegare quasi un’ora prima di ritrovarci tutti a terra, in una lunghissima fila. Numerosi infermieri vestiti come cosmonauti ci accolsero, misurando la temperatura e raccogliendo i certificati dei tamponi. Avanzando a passo ci camaleonte in meno di tre ore riuscimmo ad entrare nella sala dei controlli dei passaporti e ritiro dei bagagli. Fuori dall’atrio trovai fratel Giuseppe Meoni che mi accolse con un abbraccio “immaginario”, come covid -19 comanda! Allo scoccare della mezzanotte eravamo finalmente in casa. Il mattino dopo, subito all’aeroporto per arrivare a Quelimane nel pomeriggio. Era il sabato 14 agosto, sei mesi esatti dopo il venerdì 14 febbraio in cui partii da Quelimane.

Saluti festosi coi confratelli e poi, il giorno seguente, domenica, messa comunitaria in casa al comodo orario festivo delle 8,30. Il culto nelle chiese e nelle moschee non era ancora aperto.

Trovai la mia camera abbastanza pulita, dopo tanti mesi di chiusura. Mi resi conto però di aver lasciato molte cose in disordine, nelle ultime settimane prima di partire, appoggiate lì, per il momento, e poi non più rimosse, in tutti i ripiani e angoli della stanza. Mi attendeva un programma di riordinamento impegnativo.

Il lunedì alle sette del mattino mi presentai, puntuale, al direttore del mio ospedale. Mi confermò che il mio impegno, nello spirito del nuovo contratto, era quello di dedicarmi alla cura delle pazienti con fistola vescico vaginale, cioè di quelle che perdono urina dopo un parto ostruito. Il nostro ospedale era stato prescelto per essere un centro di riferimento per questa patologia nella zona centro nord del Mozambico. Non avevo più doveri per dedicarmi alle visite dei malati ambulatoriali di tutte le patologie, attività che aveva esigito un impegno sproporzionato, negli ultimi anni. Così pure ero libero da tutte le altre patologie operatorie, a non essere come consulente. Durante la mia assenza, i miei colleghi chirurghi di fistole avevano realizzato una serie di piccole campagne operatorie, aiutandosi a vicenda nei vari ospedali distrettuali, operando una trentina di pazienti. Questa iniziativa mi aveva rallegrato molto!

Nel Paese, la situazione della pandemia aveva portato a severe misure di contenimento sociale, che avevano dato risultati efficaci. I contagiati erano stati per il momento meno di quattromila, di cui circa il 40% già guariti, mentre gli obiti erano stati 21. Le scuole erano ancora chiuse e così pure i locali di culto, ristoranti, ed altri luoghi di incontro. Uso della maschera, distanziamento di un metro e mezzo e lavaggio frequente delle mani, predicati dappertutto ed abbastanza osservati. La realtà di povertà privata, nelle famiglie, era diventata più visibile e la ricerca di trovare una soluzione per poter mangiare quest’oggi era la condizione sotto gli occhi di tutti.

Oggi, 30 agosto, mentre scrivo, ci sono le novità della riaperture dei luoghi di culto, fino a 50 partecipanti, includendo celebrante e ministri e l’annuncio della riapertura graduale delle scuole che già abbiano creato condizioni di sicurezza e di contenimento, a partire dal 1º settembre.

Cari amici, questo è il quadro del Mozambico in cui sto ricominciando a vivere e lavorare.
Sta arrivando l’estate e tutti speriamo che il calore tenga più facilmente a bada l’aggressività del coronavirus.
Un caro saluto a tutti e auguri di buona continuazione di combattimento!

Il Signore ci benedica tutti!
Quelimane, 30 agosto 2020

16-5-2020
Messaggio di Padre Aldo

1 Lettera di padre Aldo a tutti gli amici
Cari Amici,
Un caro saluto dall’Italia da me, padre Aldo!
Desidero aggiornarvi su cos’è successo dal mio arrivo in Italia. Sono arrivato la domenica 16 febbraio alle 5,30 del mattino alla Malpensa, accolto da mia sorella e Luigi Franchini. Ho potuto partecipare, alle 10:30, nella parrocchia della Santissima Trinità di Milano alla messa con la consegna del ministero dell’accolitato a numerosi giovani studenti dell’Istituto missionario del PIME, e ciò mi ha molto rallegrato. Erano provenienti da varie parti del mondo. È stata una festa della chiesa missionaria, che continua ad obbedire all’invio di Gesù dato agli apostoli: andate e predicate in tutto il mondo ciò che io vi ho insegnato.

Due giorni dopo sono partito per Bologna per gli esami di controllo della salute e per quelli necessari a preparare l’operazione di cataratta all’occhio sinistro.
Sono stato operato il 3 marzo, dal Dr. Laffi alla Clinica convenzionata di Santa Maria Maddalena a Occhiobello, tra Ferrara e Rovigo. L’operazione è andata bene, grazie a Dio.
Meno di una settimana dopo è iniziato il problema della pandemia con le restrizioni di movimenti che tutti conosciamo.

Per il momento sono trattenuto a Bologna per un periodo di durata non ben definita. Ho così richiesto di poter operare anche l’occhio destro, che nel programma originale, nei pochi giorni che avevo a disposizione per rimanere in Italia, non era stato possibile farlo rientrare.
Vedremo se sarà possibile durante il mese di maggio.
Da allora sono ospitato allo Studentato delle Missioni. È la casa dove ho studiato teologia e dove sono diventato sacerdote nel 1969, ordinato dal cardinal Biffi nella parrocchia di San Carlo, il 21 dicembre. Qui terminai gli studi a giugno del 1970 e un mese dopo partii per il Mozambico. Sono quindi in pieno periodo di cinquantesimi.

Vivo una quarantena che in un certo modo si è trasformata in una specie di vacanza, in cui ho tutto il tempo a mia disposizione. Ne ho approfittato, oltre che per riposare, per terminare la preparazione di una piccola guida tecnica per operare le fistole vescico vaginali che si formano in conseguenza di parti ostruiti e poi per leggere, pregare e studiare libri di sacra scrittura, vita di santi e opere del cardinal Martini, sempre così brillanti e attraenti. Ho poi ripreso il gusto di scrivere memorie, rievocando ricordi e rivisitando pagine antiche, ritrovate dopo decine di anni. Dico il vero, che mi sento quasi con un po’ di vergogna, a trascorrere giorni così tranquilli, mentre si consuma un dramma senza precedenti qui attorno e nel mondo intero, in lontananza forzata dal Mozambico.

Io sono qui, ma l’assistenza ai poveri laggiù continua, grazie al padre Sandro, che è il nostro superiore e che si è fatto carico di proseguire le attività. Continua l’aiuto mensile a tutti i più indigenti, poi si continuano a riparare e ricostruire capanne, ad aiutare gli orfanotrofi, a costruire carrozzelle tipo triciclo per i diminuiti fisici, a distribuire il latte maternizzato ai neonati che hanno perso la mamma o che non riesce ad allattare per qualche problema di salute. Così pure si paga il viaggio di ritorno a casa dei malati guariti, trasferiti dai distretti in ambulanza e senza risorse per pagare la corriera. Le necessità non finirebbero mai, ma un caso o l’altro più urgente si deve pur soccorrere.

Anche in Mozambico è stato proclamato lo stato di emergenza per diminuire al massimo il contagio. Le scuole sono chiuse, così come sono sospese tutte le riunioni, gli incontri di preghiera di tutte le religioni, i comizi e gli assembramenti.
Per ora i contagi nel Paese sono ancora ridotti, circa un centinaio e senza nessun morto. Il pericolo è cominciato molto più tardi che in Europa e quindi le misure da prendersi erano già state attuate e messe a punto dai primi paesi vittime della pandemia, per cui esisteva già uno schema di misure che ha fatto da guida. Anche là, si usa la mascherina per girare per strada, si deve stare a distanza di almeno un metro, niente strette di mano, lavaggio delle mani molte volte al giorno, starnutire sul gomito ripiegato e così via. Quarantena per chi ha avuto contatti o è sospetto di infezione. Hanno chiuso anche le frontiere, per lo meno fino al 31 maggio.

Per ora sono in Italia e senza poter visitare le persone amiche, come sempre succedeva. Ho pensato così di mandarvi un saluto, come si usa dire adesso, per lo meno virtuale, ma non meno reale e pieno di amicizia!
Restiamo uniti nel volerci bene e nel pregare insieme perché Iddio, Padre misericordioso, abbrevi i tempi di questa pandemia.
Un caro saluto a tutti!

8-5-2020
Un caso molto triste...qualcuno può dare un aiuto?

Maria Teresa sorella di Padre Aldo ci invia questo messaggio:


Ho ricevuto le foto di questo bambino nato il 24 aprile.

Si chiama Custodio Eusebio.

La madre è morta di parto ed il giorno stesso il bambino è stato portato alle suore del Lioma.




26-4-2020
Messaggio del dr.Franchini

BUONA DOMENICA a TUTTE/I VOI,

Spero siate in buona salute Voi e le Vostre Famiglie e stiate superando questo difficile periodo di reclusione autoimposta,confortati dalla Speranza di ritornare presto ad abbracciare i vostri cari.

La vita intorno a Noi continua con i suoi ritmi e le sue scadenze finanziarie implacabili ed anche quest'anno siamo a richiederVi l'aiuto dell'assegnazione a

Medical Support for Africa C.F 91184390374

del Vostro 5x1000, principale fonte di sostentamento per tutti gli aiuti alle Opere di Padre Aldo in Mozambico.

Vi voglio brevemente ricordare che, grazie al vostro generoso costante aiuto, solo in questi ultimi vent'anni, sono stati costruiti e mantenuti in piena efficienza operativa Orfanotrofi ed Asili e che dal 2000 Centinaia di Orfani sono stati adottati a distanza da Voi nei Quattro Orfanotrofi di Aldeia da Paz Quelimane, Arco Iris femminile al GURUE, e Maschile ad Invinha e l'ultimo Orfanotrofio ed Asilo di LIOMA per 120 bambini, ove TUTTI possono vivere, crescere, essere curati e studiare.
Inoltre ogni settimana pacchi di medicinali e materiale sanitario vengono inviati da M.S.A. all'Ospedale Provinciale di Quelimane, ove opera Padre Aldo.

In questi venti anni, ormai centinaia di studenti hanno potuto accedere agli studi superiori e molti all'Università, grazie alle Borse di Studio, da Voi finanziate.
Iniziativa quella delle Borse di Studio Universatarie, iniziata nel 2005 con un lascito del nostro indimenticabile Ambrogio F. poi continuata da tante amiche ed amici.
Centinaia di Poveri Assoluti vengono aiutati ogni anno a sopravvivere in attesa di tempi migliori.....che purtroppo tardano ad arrivare.

Un abbraccio virtuale a TUTTE/I VOI, ringraziandoVi cordialmente

Padre Aldo, Maria Teresa e Luigi.

2-4-2020
Messaggio del dr.Franchini

Primavera a Milano dalla finestra di casa e tempo di cinque per mille.

Vi prego ricordare che

Medical Support for Africa
CF. 91184390374

può alleviare le miserie del popolo Mozambicano grazie al vostro generoso contributo.

RingraziandoVi del costante aiuto, un virtuale abbraccio fraterno..

Padre Aldo, Maria Teresa e Luigi

Mozambico: il temuto impatto della pandemia
In Mozambico ci sono alcuni fattori che mitigano le aspettative più nefaste, ma il nuovo Coronavirus potrebbe avere un impatto pesante su un sistema già fragile, aggravato dalle condizioni di vulnerabilità della popolazione....
............

per saperne di più clicca qui.....

Luigi Franchini
31-3-2020
Messaggio del dr.Franchini

Buongiorno a tutti voi.
Stamattina ho avuto una lunga conversazione telefonica con Irma Cacilda dal Mozambico.
Al momento hanno ancora pochi casi accertati ma il paese è stato messo in quarantena con scuole ed attività non essenziali chiuse in tutto il paese.
Purtroppo l'80% della popolazione vive in piccoli villaggi nel mato ove è impossibile diagnosticare la malattia ed il suo evolversi in numeri certi tra le tante altre che affliggono il paese.
Las Criancas e Las Irmais dei nostri Orfanotrofi MSA di Quelimane, Gurue 2 maschile e femminile e di Lioma stanno bene e vivono ormai reclusi senza contatti con l'esterno.
Lioma è del tutto autosufficiente avendo orti, frutteto e allevamento animali interno per l'alimentazione di tutta la comunità avremo contatti continuativi con il Mozambico e vi terremo costantemente informati.
Un abbraccio a tutti voi.

Luigi Franchini
31-1-2020
Nuovo racconto di Padre Aldo

Cronache minori


Carcere

L'altra domenica, dopo la fine della messa in prigione, sono andato come al solito all'ambulatorio per visitare qualche malato.
Jeremias, il prigioniero che aiuta l'infermiere che fa servizio nel carcere, mi dice: "Dottore, finalmente abbiamo raccolto tutti gli esami del sangue dei nostri malati che devono essere operati. Sono sette".
Li controllo uno ad uno. A tutti ho fatto chiedere l'emoglobina e i globuli bianchi, il test dell'HIV e l'esame della malaria.

Sono gli esami di base che si richiedono a tutti, per poter operare con una conoscenza essenziale dello stato di salute. Vedo che tutti hanno l'emoglobina sopra i dieci grammi e che i due che avevano accusato malaria hanno già  completato il trattamento di tre giorni con il Coartem.

Guardo il risultato dell'HIV: metà  sono siero positivi e fanno già  il trattamento antiretrovirale. Uno solo è un caso nuovo, ed è già  stata chiesta la carica virale. L'infermiere mi dice che deve andare a ritirarla durante la settimana.

Faccio chiamare tutti i pazienti per il controllo. Da operare ci sono tre idroceli, due ernie inguinali e due casi di pulizia chirurgica.

Mi fermo a discutere con i malati e l'infermiere come fare per operare rapidamente questo numero rilevante di pazienti. Concordiamo che la cosa più semplice sarebbe operarli tutti nella stessa mattina. Questa era anche la proposta dei miei colleghi del reparto di chirurgia. Il problema principale è l'accompagnamento dei prigionieri all'ospedale. Dovrà parlare col direttore perchè autorizzi l'uscita di tutto il gruppo insieme ed assicuri che le guardie ricevano ordini precisi dall'alto. Il secondo problema è come fare per organizzare la visita anestesiologica in tempo utile.

Ci salutiamo colla promessa di dar loro le informazioni necessarie per tempo.


Il direttore si dichiara subito d'accordo di operare il gruppo intero nello stesso giorno e mi assicura che darà  ordini ai responsabili per l'accompagnamento all'ospedale.

Coi miei colleghi della chirurgia concordiamo di fare un solo programma operatorio per il prossimo venerdì. Potremo usare tre letti operatori contemporaneamente, in modo da finire le operazioni nell'orario normale di lavoro. Resta la parte burocratica: riempire le cartelle di ricovero per ciascuno, a partire dalla diagnosi e dagli esami fatti, includendo il consenso informato, documento legale necessario per operare ogni paziente. Si deve poi contattare l'infermiere responsabile del reparto perchè prepari i letti per il ricovero.

Il mattino della vigilia dobbiamo risolvere il problema della visita anestesiologica. La cosa più semplice sarebbe che il nostro anestesista potesse andare in carcere colle cartelle e gli esami e visitare i pazienti nell'ambulatorio. è necessario che il direttore autorizzi l'entrata dell'anestesista e dia le disposizioni del caso. Gli telefono e subito acconsente e mi dà  il nome del capo turno a cui l'anestesista dovrà  rivolgersi quando arriverà  in portineria.

Per fortuna la prigione è molto vicina all'ospedale e si può andare a piedi.

A mezzogiorno l'anestesista ritorna per darmi la relazione: tutti approvati meno il paziente col caso nuovo di sieropositività  per l'HIV. La risposta della carica virale, che era stata già  consegnata dal laboratorio, aveva dato 137 mila copie virali. Avevano già  cominciato il trattamento antiretrovirale, ma si deve aspettare sei mesi e dopo ripetere l'esame per controllare il potere immunitario.

Tutto pronto per il giorno dopo! I pazienti sono attesi per le sette e mezzo nel blocco operatorio.

Alle otto di venerdì¬ mi vengono ad avvisare che i pazienti non sono ancora arrivati.

"Dottore, lei deve telefonare al direttore! Se no non riusciamo ad operarli tutti!
Chiamo il direttore ed informo che i pazienti non sono ancora arrivati.

"Ah! Ci penso subito io!"
Dopo meno di mezz'ora ci sono già  tutti. Tutte le operazioni sono condotte a termine senza complicazioni.

Il giorno dopo passo visita coi colleghi. Gli operati, nella loro condizione di reclusi, sono legati alla spalliera del letto con una manetta. Per poter andare al gabinetto o lavarsi devono dipendere da una guardia del carcere che vada ad aprire la manetta mentre una seconda, deve restare fuori dalla porta del bagno per vigilare che il paziente non scappi.

Mi rendo conto che è meglio che tutti tornino in prigione in mattinata. Diamo loro un documento di dimissione ed una ricetta di analgesici perchè il capo delle guardie passi dalla farmacia a prenderli. Nella loro qualità  di reclusi, godono di trattamento gratuito, sia di ricovero, che di intervento e di medicinali.

Questa decisione li ha fai tutti contenti, i prigionieri che non sono più legati ad un letto con la manetta, i guardiani, che sono liberati da un servizio di vigilanza e di assistenza faticoso.

La domenica dopo li rivedo in prigione: si sentono bene e ringraziano per essere stati tutti operati senza lunghi tempi di attesa e per aver vissuto una piccola avventura comunitaria, fuori dai muri della prigione!




Aldo
30-12-2019
Nuovo racconto di Padre Aldo

Cronache minori

I miei cinquant'anni di sacerdote

Sto aspettando da un anno il 21 dicembre, perché in quel giorno fui consacrato sacerdote dal cardinal Poma, nella mia parrocchia di San Carlo a Bologna. Il 21 dicembre di quest'anno, 2019, si completeranno i cinquanta anni. È una data che aspetto e preparo. Mi sentii incoraggiato interiormente a farne una specie di anno santo personale e privato, per far convergere pensieri, letture, orazione e vita vissuta verso questa celebrazione.

Questa ispirazione mi fece bene e fu fonte per ricevere grazie, anche se piccole ai miei occhi interiori, addirittura quasi invisibili a me stesso. Però avevo coscienza che erano grazie reali.

Arrivammo così a questo dicembre. Fu un mese molto movimentato con numerosi viaggi, su e giù per il Mozambico, per partecipare alle campagne di riparazione di fistole ostetriche. Fino all'ultima settimana non ero sicuro di poter celebrare il cinquantesimo a Quelimane. Quando, dieci giorni prima della data, fu chiaro che mi sarei trovato a Quelimane, si fece una piccola riunione di famiglia nella mia comunità dehoniana, per decidere come celebrare il tanto atteso giorno. Una celebrazione piccola e in famiglia, con messa in casa nostra e con la presenza di alcuni invitati, confratelli, sacerdoti, alcune suore della nostra parrocchia e qualche persona amica. Il 21 dicembre sarebbe stato un sabato e ciò facilitava ogni cosa: sarei tornato presto dall'ospedale in modo che alle undici e trenta si potesse concelebrare la messa e dopo fare il pranzo di festa.

Io, però avevo un intimo desiderio: festeggiare l'anniversario anche in prigione, coi carcerati con i quali celebro l'eucarestia quasi tutte le domeniche dell'anno. Le date dei viaggi di lavoro si sistemarono da sole: avrei detto messa in prigione nella domenica precedente il 21 dicembre.

Avrei informato i prigionieri all'inizio della Messa. Volevo fare una piccola sorpresa, per mantenere il clima di una ricorrenza familiare, senza pompa. Anche la liturgia si adattava bene: era la terza domenica d'Avvento caratterizzata da letture di letizia che commentavano i segni della presenza del Messia tanto atteso: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto".

Mi svegliai molto presto e meditai le letture in camera, prima di scendere in cappella per le lodi. Portai giù la borsa con il necessario per la messa, ed ebbi tutto il tempo per preparare il vino e l'acqua nelle due boccette; poi controllai le ostie e ne aggiunsi due o tre di quelle grandi, che usa il celebrante, per poterne dare parte agli accoliti e ai lettori. Tutto bene. Chiusi la borsa e preparai il breviario per recitare le lodi col padre Toller. Un po' prima delle sette mezzo arrivarono i due giovani, Timoteo e Casimiro, che sempre mi accompagnano alla messa in prigione.

Arrivammo al carcere accolti con grande gentilezza e rispetto come sempre.
E, come sempre c'è una preparazione. Per prima cosa il rosario, guidato da un gruppo di prigionieri che lo recitano tre volte alla settimana in comune nella loro cella. Poi le preghiere del mattino, in comune, in piedi, cantate; alla fine il tradizionale “musselo", che si potrebbe tradurre come: “sediamoci per dirci come stiamo".

Dirige il responsabile della comunità, invitando a parlare i rappresentanti di ogni ala o dormitorio della prigione. Per ultimo: “Invitiamo il nostro Reverendo a parlare"

Cominciai subito dicendo che, il sabato dopo questa domenica, sarebbe stato per me un grande giorno, perché avrei celebrato il cinquantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale. Tutti scoppiarono in un grande applauso di felicitazioni e di soddisfazione perché, in fondo era uno della loro comunità, che faceva i cinquant'anni di sacerdote.

Mi ritirai con gli accoliti e i lettori in una stanza accanto alla tettoia che funziona come cappella, per vestire i paramenti.

La Messa cominciò solenne con canti, come sempre.
Poi le letture e l'omelia, in cui cercai di manifestare la mia gratitudine a Dio che mi aveva chiamato. Poi il credo e la preghiera dei fedeli.

Era il momento dell'offertorio. Aprimmo la borsa per prendere il calice, col vino e l'acqua, poi l'accolito cercò nella borsa il recipiente delle ostie grandi e piccole.

Non c'era! Incredibile. Quando avevo riempito il recipiente con le ostie non l'avevo messo nella borsa. Un silenzio imbarazzato e doloroso percorse l'assemblea. Il calice e il vino c'erano. Mancavano le ostie, cioè il pane. Senza il pane non si sarebbe potuta celebrare l'eucarestia. Un accolito andò nel piccolo spaccio della prigione dove spesso vendono pani. Tornò desolato: il commesso non era venuto.

Che fare? Non mi era mai successo di presiedere una liturgia della parola senza celebrare l'eucarestia, dato che il sacerdote ero io e stavo presente. Ma senza il pane il mio sacerdozio non era sufficiente…
Questo accadeva proprio nella celebrazione festiva della mia ordinazione!

Non poteva essere successo per caso. Il Signore voleva che capissi forse qualcosa a cui non avevo mai pensato. Non potevo comprenderlo a caldo. Consolai i fedeli presenti, dicendo che avremmo continuato leggendo la preghiera eucaristica, ma senza poterla realizzare nel mistero. Solo in spirito! Al termine cantammo il Padre nostro e poi ci scambiammo il segno della pace. Feci sedere tutti per fare il ringraziamento con la preghiera di silenzio, come facciamo sempre dopo la comunione. Era stata una comunione spirituale, ma certamente era stata reale.

Poi canto di ringraziamento e benedizione finale.
Fu questa la mia celebrazione del cinquantesimo di sacerdozio. Accadde in prigione, forse l'unico posto dove i fedeli non avevano pretese di sentirsi protagonisti; davanti e in mezzo ad una comunità dove si era abituati a “rimanere senza" e a sottomettersi in silenzio alle contrarietà che frustrano le aspettative di possibili gioie della vita.

Ma anche l'unica comunità capace colla sua semplice fede senza pretese, di rendere possibile, con la sola sua presenza, la celebrazione di un cinquantesimo di messa senza il pane. Il mio essere sacerdote si era rivelato non sufficiente per celebrate il “Mistero". La mia persona era, in fondo, appena una componente, anche se piena di gratitudine e di contentezza per il dono ricevuto!
Sì questo è vero, ci sono cose che solo i poveri possono capire!

Quelimane, 27 dicembre, festa di San Giovani apostolo.


Aldo
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